marazara.jpegCiao a tutti, quest’oggi volevo raccontarvi la storia di un’azienda, di una famiglia e soprattutto di una produzione “padovana” di adozione direi, una storia che si è intrecciata con i fatti che la storia ha determinato per parte del popolo veneto e italiano.

Mi riferisco alla storia del maraschino, liquore di origine dalmata, dolce ed incolore a base di marasche, varietà di amarene originaria della Dalmazia appunto, particolarmente indicato per cocktails, per guarnire dolci e macedonie oppure da orseggiare semplicemente così com’è. Si tratta di un distillato avente un contenuto alcolico del 30% circa, e tradizionalmente commercializzato in tipiche bottiglie impagliate a mano.Da wikipedia-virgiliosapere si legge che “La produzione del “rosolio maraschino” ebbe inizio a Zara, nella Dalmazia veneta, fin dal medioevo. La più antica ricetta fino ad oggi pervenuta, risalente al XVI secolo, la si deve ai farmacisti di un monastero domenicano della città. La prima produzione industriale di maraschino venne avviata nel 1759 da Francesco Drioli (Fabbrica di Maraschino Drioli di Zara). Successivamente, nel 1821, il console del Regno di Sardegna a Zara, il patrizio genovese Girolamo Luxardo, aprì l’omonima distilleria, ottenendo otto anni dopo il privilegio imperiale (da cui il nome della Privilegiata Fabbrica Maraschino Excelsior). Nel giro di breve tempo il maraschino di Zara si guadagnò una notevole fama e, grazie all’intraprendenza dei produttori, divenne il primo prodotto dalmata ad essere esportato oltreoceano”.

image_resized.aspx.jpegLa produzione continuò anche quando Zara fu annessa al Regno d’Italia ma fu fermata dagli eventi bellici della seconda guerra mondiale, in particolare dai bombardamenti alleati che distrussero la città e anche le storiche distillerie e successivamente dalle rappresaglie dei partigiani di Tito che colpirono ed uccisero anche Pietro e Nicolò Luxardo (quest’ultimo affogato insieme alla moglie). Fu così che assieme agli esuli istriani e dalmati anche gli industriali dalmati del maraschino cercarono rifugio in Italia dove il maraschino trovò una patria d’adozione. Per la cronaca le autorità jugoslave ripresero la produzione di maraschino che successivamente ad un contenzione fu chiamato Maraska, come il nome della principale azienda produttrice croata che occupò la vecchia sede della Luxardo.

azienda.jpegDi queste famiglie dal 1947 ad oggi la Luxardo continua a produrre maraschino a Torreglia in provincia di Padova, azienda (immagine a destra dal sito) che come si legge dal sito ufficiale ricopre ora un ruolo leader nel settore dei liquori dolci, rappresentando  una delle pochissime marche presenti in quasi tutti i mercati mondiali. L’azienda peraltro è proprietaria di una intera piantagione di 20.000 marasche, che rappresenta l’unica installazione agricola del genere nell’intera Unione Europea. Due le linee di produzione: da una parte i liquori e dall’altra aromi e bagne alcoliche per pasticceria. Si tratta di linee distinte, con particolarità così significative da farne un caso: metà azienda lavora su commessa, senza magazzino, l’altra, quella che si occupa di aromi, opera tramite stoccaggio. Ma in entrambi i casi c’è la necessità di fare ricerca e sviluppo. «Dovevamo riorganizzarci – spiega Giorgio Luxardo, esponente della sesta generazione nonché responsabile dei sistemi informativi con il compito di ammodernare i processi aziendali –  metterci a posto per tornare a fare i “mastri distillatori”, e cioè inventare nuovi sapori, nuovi aromi. E’ la nostra missione».

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Un azienda storica quindi che prosegue la propria attività da 189 anni, una delle più longeve d’Europa. I prodotti principali dell’azienda sono il maraschino, ovviamente, il Sangue Morlacco (liquore di marasche che costitusice una varietà del cherry brandy il cui nome deriva da un popolazione dell’entroterra Dalmata particolarmente orgogliosa. Vedi un morlacco nella pubblicità sopra a sinistra) la sambuca, l’amaretto, il limoncello tra i liquori e tra gli aromi quelli a base di maraschino, rum, frutta, spezie, caffè. Molti sono i riconoscimenti che l’azienda ha guadagnato nel corso degli anni (vedi quì) segno di come anche l’azienda abbia saputo collegarsi al territorio che l’ha accolta. Niccolo III, esponente della V generazione dei Luxardo, è stato fondatore una cinquantina di anni fa del Gruppo Giovani Imprenditori di Padova, il primo in Italia.

Per i turisti, per chi viene a Padova e per i padovani stessi segnalo che esiste il negozio dell’azienda che garantisce ospitalità e relax e da al visitatore la possibilità di scegliere tra tutti i prodotti della gamma Luxardo. Segnalo dal sito la pagina delle immagini che propone cartoline, manifesti e pubblicità d’epoca anche di quando l’azienda era a Zara dove già nel 1913 costruì un modernissimo stabilimento industriale, uno dei più grandi dell’Impero Austro-Ungarico le cui rovine si possono vedere anche oggi sul lungomare nei pressi del porto.

Per concludere, visto che “el cantòn del cogo” deve sempre proporre una qualche ricetta, segnalo la Torta al Maraschino, ricetta inserita nel nuovo sito della Strada del Vino dei Colli Euganei e proposta dalla pasticceria Bacelle Gino di Galzignano Terme.

torta_maraschino_bacelle_lino_b.jpgIngredienti
Per la frolla baci di riso:
150 g zucchero di canna grezzo
240 g zucchero semolato
150 g nocciole tostate
240 g mandorle con la buccia
400 g farina di riso
380 g burro
30 g tuorlo
Per la chantilly al maraschino:
450 g panna montata
50 g liquore maraschino
300 g crema pasticcera senza glutine
6 g colla di pesce in fogli

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Per il croccante morbido:
200 g zucchero semolato
140 g panna
30 g miele di castagno
170 g nocciole in granella
50 g granellona (nocciole in granella)
Per il miglio caramellato:
150 g zucchero semolato
50 g acqua
80 g miglio soffiato
Per la finitura:
80 g amarene
60 g crema pasticcera

Preparazione:

Impastate la frolla baci di riso: lavorate burro e zucchero, unite i tuorli e in ultimo incorporate la farina di mandorle e quella di riso. Lasciate riposare l’impasto per 30 minuti, quindi stendetelo dello spessore di 1 cm e coppate 2 dischi del diametro voluto. Mettete i dischi su una teglia foderata di carta forno e infornate a 160° per 35 minuti. Nel frattempo fate il croccante morbido: caramellate a secco lo zucchero, unite il miele e poi la panna bollente; completate con la granella di nocciola e fate Raffreddare. Per la chantilly al maraschino unite alla crema pasticcera il maraschino, prelevatene una piccola parte, scaldatela a microonde ed unitevi la gelatina. Unite il resto della crema fredda ed infine la panna montata. Mettete sul fondo di un anello in acciaio un disco di frolla baci di dama, formate sopra uno strato di croccante morbido e continuate con uno strato di crema chantilly al maraschino, le amarene e completate con l’altro disco di frolla. Lisciate la superficie con altra crema chantilly e completate con il miglio caramellato. Decorate con amarene e crema pasticcera essiccata in forno. Per il miglio caramellato: portare a 119° C lo zucchero e l’acqua, unite il miglio scaldato a microonde e continuando a mescolare caramellarlo; raffreddate su carta da forno. Da servire magari con un buon moscato bianco dei Colli Euganei.

Buon maraschino! 🙂

 

gnocchi_b.jpgCiao e buon lunedì a tutti!

Quest’oggi rinnovo l’appuntamento con la rubrica “El Cantòn del Cogo”, l’angolo di VirgilioPadova dedicato alla tradizione culinaria veneta e padovana in particolare. Il territorio della provincia di Padova, infatti, dal punto di vista della tradizione enogastronomica è molto vario ed è influenzato anche dalla tradizione delle province vicine. Nella zona verso est la ricca e particolare cucina veneziana ha lasciato una certa eredità così come altrove è più viva la tradizione legata alla cucina “povera” di campagna.

A Padova, così come altrove nella pianura padana, sono molto diffusi i piatti a base degli animali da corte. Il principale piatto padovano, di cui non ho ancora parlato, è infatti il “gran bollito alla padovana”, vari sono i piatti preparati con la carne di oca, anatra, faraona, fagiano, oltre che di gallina o cappone. Si tratta di piatti considerati un tempo piatti dei “dì” di festa, piatti della domenica e quando li si trovava sul piatto era chiaro che si trattava di una domenica o di un’altra giornata festiva. A casa mia, pure, è sempre stato così e fin da bambino, la mia povera nonna si dedicava con grande passione alla preparazione di questi piatti, faraona in particolare, che era la sua grande passione. Questi animali da corte avevano, nella tradizione, e hanno ovviamente tuttora un “sottoprodotto” molto apprezzato vale a dire i “fegatini” (figadini in veneto). Il fegato, il cuore, le animelle erano le parti migliori per fare deliziosi risotti. Il risotto con i fegatini era proprio un “must” per i dì di festa.

Vedete, il tema culinario è molto interessante non soltanto per i gourmet e i buongustai ma anche per approfondire la conoscenza di un territorio dal punto di vista turistico. Il successo di questi anni del turismo enogastronomico è proprio questo: conoscere un territorio attraverso la cultura, le tradizioni, il lavoro e anche la cucina, spesso povera, perchè povere erano le nostre zone ma ricche di dignità e di sapienza popolare. Ecco perchè questa categoria “El cantòn del cogo” ha una valenza anche turistica. Chi viene a Padova e vuole conoscere ed assaggiare cibi locali, ovviamente non va al Mac Donald’s o al ristorante indiano (che pure ci sta eh, non prendetemi per un talebano. A mia volta quando vado in vacanza o mi faccio una gita fuori dalla città mi piace molto scoprire le tradizioni culinarie locali) che potete assaggiare ovunque ma magari informarsi prima tramite enti o siti internet come quello dei Ristorantori Padovani o quello, già presentato, della Strada del vino del Colli Euganei e comunque sempre il sito dell’ente turistico provinciale Turismo Padova Terme Euganee per conoscere le offerte e tutte le proposte per turisti ed escursionisti.

La ricetta d’oggi riguarda quindi gli animali da corte e nella fattispecie l’anatra. Quest’oggi la ricetta, presa dal sito della Strada del Vino dei Colli Euganei (dal cui sito ho preso anche al foto in alto a destra), è Gnocchi di patate al ragù d’anatra.

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Ingredienti per gli gnocchi:
1 kg di patate a pasta bianca tipo “Bologna”
200 gr di farina tipo 00
100 gr di farina fecola
1 uovo intero e 2 tuorli
noce moscata
50 gr di grana grattugiato
sale q.b.

Ingredienti per il ragù:
½ anatra muta
½ cipolla bianca
1 carota
1 costa di sedano
1 rametto di rosmarino
3 chiodi di garofano
1 bicchiere di vino Colli Euganei Bianco
olio extra vergine dei Colli Euganei
brodo vegetale
sale e pepe q.b.

Procedimento per gli gnocchi: Lessare le patate e passarle allo schiacciapatate. Lasciare raffreddare e poi unire le farine e impastare il tutto con l’uovo e i 2 tuorli, la noce moscata, il sale e il grana grattugiato fino a formare una palla. Coprire con un canovaccio umido e lasciare riposare per mezz’ora. Stendere la pasta su una spianatoia infarinata, formando dei rotoli dello spessore di un dito, quindi, con un coltello, tagliare tanti pezzettini da 1 cm., passare poi ogni gnocco sul retro di una grattugia premendo leggermente con il pollice. Far cadere un po’ di gnocchi per volta in abbondante acqua salata in ebollizione. Cuocere mescolando con molta delicatezza e, quando gli gnocchi vengono a galla, tirarli su con la schiumarola, disporli su una padella antiaderente pronta con il ragu’ di anatra. Spadellare velocemente e condire con abbondante formaggio grana.
Servire immediatamente.

Procedimento per il ragù: Pulire l’anatra dalle interiora, fiammeggiarla per togliere i residui di penne, disossarla e tritare la carne. Tritare le verdure e in un tegame mettere l’olio extra vergine d’oliva con il rosmarino, aggiungere le verdure tritate e lasciare soffriggere per alcuni minuti. Aggiungere la carne d’anatra e lasciare asciugare a fuoco vivo. Unire poi il bicchiere di vino e cuocere lentamente aggiungendo un po’ di brodo vegetale ogni volta che ce ne sia bisogno. Regolare di sale e pepe; al termine della cottura il sugo dovrà essere morbido e denso.

Il vino consigliato è un Colli Euganei Rosso giovane e la ricetta è proposta dall’Hotel Ristorante Piccolo Marte.

Buon appetito e buona settimana a chi legge!

ACQUAVIVA_Sagra lumache e spiedini.jpgCiao a tutti e buon inizio settimana!

Con questo post volevo riprendere le fila del discorso con la rubrica culinaria “El Cantòn del cogo“. La cucina padovana è essenzialmente cucina veneta e ogni zona risente dell’influenza delle vicine province pur avendo delle tipicità originali. Il territorio dei Colli Euganei è particolarmente prezioso per le erbette spontanee usate per deliziosi risotti, per i funghi, le marmellate di more, i bigoli oltre che per i vini. Una particolarità è quella delle lumache, in umido o fritte. Personalmente non le ho mai mangiate perchè l’idea di mangiare questi esserini mi da un po’ di ribrezzo, un po’ come l’idea di mangiare le rane. Forse si tratta un tabù culinario che per altro non so da dove mi derivi visto che ho mangiato di tutto compreso l’haggis, il piatto tradizionale scozzese che consiste in un insaccato di interiora di pecora, tabù che mi riprometto di sfatare comunque per conoscere e degustare piatti del territorio ritenuti particolarmente prelibati e gustosi.

Il sito della strada del vino dei Colli Euganei, che vi consiglio di visitare, propone itinerari, ricette tipiche, degustazioni in cantina ed eventi vari attraverso i quali è possibile e soprattutto piacevole conoscere il territorio collinare, la sua cultura, la sua enogastronomia. Da questo sito ho preso la ricetta delle lumache in umido che di seguito vi propongo.

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Ingredienti per 4 persone:

600 gr di lumache spurgate e sgusciate
4 spicchi d’aglio
1/2 bicchiere di olio extravergine d’oliva dei Colli Euganei
2 bicchieri di vino bianco secco
1 gambo di sedano
4 cucchiai di passata di pomodoro
3 foglie d’alloro
prezzemolo q.b.
sale e pepe.

 

 

Procedimento: Tritare l’aglio, il prezzemolo e il sedano finemente, quindi mettere il tutto in un tegame. Irrorare con l’olio, unire l’alloro, le lumache e coprire con il vino. Mettere sul fuoco a fiamma bassa e lasciare sobbollire per circa quattro ore. A metà cottura aggiungere il sale, il pepe e il pomodoro. Aggiungere acqua all’occorrenza.

Vino consigliato: Colli Euganei Cabernet.

I dettagli per i contatti dell’Associazione Strada Del Vino dei Colli Euganei li trovate cliccando quì.

Fatemi sapere se avete mangiato le lumache e che ne pensate di questo piatto. Buon appetito e alla prossima!

cavallo2.jpgCiao e buon lunedì a tutti!

Il post di quest’oggi vuole essere una nuova puntata della rubrica “El cantòn del cogo”  anche se, come spesso capita, quando si vuole approfondire e conoscere l’origine delle cose, ho scoperto cose per me nuove e di interesse come materiale per questo mio blog. In questi giorni con dei miei colleghi di lavoro stiamo pensando di andare a mangiare carne di cavallo in qualche trattoria o ristorante ed è così che ho pensato alla carne di cavallo come oggetto del post di oggi.

Devo dire che trovo una cena a base di cavallo molto buona e so che si tratta di un tipo di carne “discussa” nel senso che animalisti e gli amanti di questo virtuoso animale si oppongono alla sua macellazione. Forse perchè sono padovano e ho sempre sentito parlare di carne di cavallo (anche se a casa mia non l’ho mai mangiata) sono stato un po’ colto di sorpresa quando ho letto su internet che pare sia in arrivo una legge che vieterà la macellazione degli equini (!!) che vede il Ministro Zaia in prima linea per questa battaglia che avrebbe l’obiettivo di spezzare la catena “vecchiaia-macellazione”. In Francia c’è pure una battaglia su questo tema che vede protagonista anche la celeberrima Brigitte Bardot. Leggi la notizia dal TGCOM quì.

Come detto, a me la cosa fa un specie, forse perchè Padova è una delle zone in cui la carne da cavallo è un piatto della tradizione così come Verona e alcune aree del sud Italia. Complessivamente, infatti, il giro d’affari in Italia è piuttosto ridotto e non pensavo si potesse arrivare ad proposta di legge per vietare la macellazione equina.

odoacre_teodorico.jpgQuando sono stato a mangiare carne di cavallo sono sempre andato in trattorie o ristoranti concentrati per lo più in un’area ben precisa di Padova e cioè Saonara o dintorni di Piove di Sacco e mi sono chiesto spesso del perchè la carne di cavallo fosse particolarmente rinomata in queste zone piuttosto che altre. Beh, non ci crederete ma cercando su internet ho avuto la risposta anche a questa domanda, rispsota per altro molto interessante che ci fa andare indietro nel tempo, fino all’anno 489 dc, pensate un po’. Ebbene dal blog di Paolo Zatta, vero intenditore della Saccisica (area a sud est di Padova la cui denominazione ha varie teorie, leggi quì), si legge che “Accanto al pesce c’è una tradizione storica dell’ utilizzo della carne di cavallo per la preparazione di umidi, di ragù per tagliatelle, di bistecche o per il consumo come carne secca e di sfilacci. Secondo una leggenda pare che l’alimentazione con la carne di cavallo sia iniziata fra i sopravissuti dello scontro tra Odoacre e Teodorico nella battaglia di Verona dell’anno 489 d.C.; furono utilizzati gli animali morti in battaglia per l’alimentazione dei sopravissuti. In Saccisica è sopravissuta la tradizione, ancora viva ai giorni nostri, di mangiare carne di cavallo soprattutto nell’area compresa tra Legnaro e Saonara”. Insomma la tradizione della carne di cavallo nel padovano e nel veronese verrebbe proprio da un’antica battaglia.

Oggigiorno le tipicità culinarie, i prodotti del territorio sono di fatto attrattori di turismo, quel tipo di turismo enogastronomico che in Italia sta avendo un grande successo. Dal blog di Paolo Zatta (da cui ho preso le immagini qui sopra), da cui ho preso anche la seguente ricetta e cioè il “prosciutto di cavallo”, trovate notizie interessantissime su cultura, storia e tipicità del territorio della saccisica.

Prosciutto di cavallo

In base alle caratteristiche dei tagli di carne e in funzione del risultato finale, il sale va mescolato a precise dosi di zucchero e spezie.

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Ingredienti
1500 gr girello di cavallo o fesa Dose di sale: bilanciato base
– 650 gr di sale fino marino iodato
– 250 gr di zucchero semolato
– 150 gr di zucchero di canna
– 20 gr di pepe nero spezzato al momento

 

Esecuzione
Miscelare il sale con gli zuccheri e il pepe e versare il tutto in una teglia da forno. Utilizzare un taglio di carne disossata da poco (non più di tre ore possibilmente). Asciugare con cura la carne di cavallo usando carta da cucina assorbente. Lasciare al fresco per ½ ora in un locale ventilato. Arrotolare la carne nella dose di sale e porla al centro della teglia. Raggruppare il sale bilanciato e ricoprire la carne. Tenere la teglia inclinata di 20-30° rispetto al piano di lavoro e far riposare al fresco.
Al tatto la carne è pronta quando risulta compatta e soda, ma non dura.
Eliminare la salamoia di risulta e risciacquare la carne in acqua fresca corrente. Asciugare con carta da cucina assorbente e lasciare al fresco per una notte.
Si consiglia di conservare il prosciutto di cavallo in olio aromatizzato al ginepro o al rosmarino.

 

Per cui, a chi ama la carne di cavallo in tutte le sue forme, ragù, sfilacci, “straecca” e quant’altro consiglio di togliersi la voglia e di approfittarsene prima che sia troppo tardi. Mi viene in mente la scena dello straordinario film di Sergio Leone, “C’era una volta in America” in cui si “festeggia” la fine del Proibizionismo, beh dalle nostre parti si potrebbe celebrare il funerale della carne equina!A parte gli scherzi potrebbe essere tema per un interessante dibattito. Voi che pensate? Siete felici perchè così i cavalli potranno godersi una serena vecchiaia o un po’ vi dispiace perchè non potrete più mangiarne la carne? Per quanto mi riguarda non mi strapperò i capelli dovesse passare questa legge certo che se ne potrebbe discutere…qualche dubbio però mi rimane visto che, come ho detto, si tratta di una tradizione che comporta un consumo limitato.

Buon inizio settimana!

 

 

43.jpgCiao a tutti,

un sole neanche troppo timido inizia a far bella mostra di se mentre la neve, già compromessa dalla pioggia di questa notte, vacilla ed inizia a sciogliersi. Proprio mentre sto scrivendo passa un trattore a spalare la neve rimasta in questa strada di campagna a pochi km dalla città. No, il post di oggi non vuole essere un flusso di coscienza da quì ad alcuni minuti, niente “stream of consciousness” di joyceana memoria, ma moooolto più semplicemente volevo raccontarvi di questo momento comunque unico. Va beh, bando alle ciance, torniamo alle cose serie. Oggi faccio sì che la rubrica “El cantòn del cogo” ritorni. Per chi non avesse letto le precedenti puntate può sempre andarsele a rileggere ora: cliccando su El Cantòn del cogo“, la categoria sotto la quale ho già presentato alcune ricette padovane estrapolate dalla rete.

Ormai siamo prossimi al Natale, tuttavia la ricette di oggi è valida sempre, a Natale o in un altro periodo, principalmente in inverno secondo me. Mi riferisco ad un piatto della tradizione che quì è proprio sentito come tale e cioè alla pasta e fasoi (pasta e fagiolli). Un piatto semplice ma buono e capace di ristorarti a dovere dai rigori dell’inverno e dai morsi della fame. Semplice piatto della cucina povera ma in realtà ricco perchè dà una carica di energia e sazia a dovere.

La ricetta di oggi l’ho presa dal sito Buoneforchette.com.

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Ingredienti

  • 200 gr. di Fagioli Borlotti Sgranati
  • 200 gr. di Pasta Tipo Ditalini
  • 4 Cucchiai di Olio D oliva
  • 1 Spicchio di Aglio
  • 1 Rametto di Rosmarino
  • Prezzemolo
  • 1 Cucchiaio di Farina
  • 1 Cucchiaio di Salsa Di Pomodoro
  • Formaggio Parmigiano
  • Sale

 

Preparazione

Le quantità sono da intendersi per 4 persone.

Tenere a bagno i fagioli per 1 notte. Lessarli in 150 cl di acqua non salata. In una casseruola rosolare l’olio col rosmarino; togliere il rosmarino ed unirvi un trito d’aglio e prezzemolo e la farina. Mescolare e quando la farina è cotta unire 1 cucchiaio di pomodoro e 2 mestoli di brodo di cottura dei fagioli. Portare ad ebollizione, riunire il tutto ai fagioli e salare. Aggiungere la pasta e farla cuocere, quindi togliere dal fuoco, spolverizzare di parmigiano grattugiato e servire.

“Cotto e mangiato” direbbe una simpatica giornalista televisiva sorella di un altra giornalista televisiva, non vi dico cosa direbbe mio nonno, espressione molto meno fine mentre io mi limito ad un Buon appetito, ci “sentiamo” dopo…;)!

Ciao, quest’oggi altra puntata de “El cantòn del cogo” ovvero “l’angolo del cuoco” per i non veneti. Nelle precedenti due puntate vi avevo proposto due ricette tipiche vale a dire la pinza di pane e l sugo di gallina padovana.

3967540210_a2b91df7ba_o.jpgQuest’oggi torno al dolce parlandovi dei “zaeti” o “zaleti” in veneto che in italiano starebbe per “giallini”. Si tratta di biscotti che devono il loro nome alla loro colorazione che deriva dall’uso della farina di mais e sono prodotti in tutta l’area veneta, un tempo per lo più per il Carnevale mentre ora trovano spazio un po’ tutto l’anno.

In molte enoteche fanno bella vista di sè e mi sembrano particolarmente adatti da mangiare per accompagnare del vin santo o comunque del vino passito più o meno liquoroso. Visto che siamo a Padova un’ottima idea è il moscato dei Colli Euganei, uno dei 13 vini DOC della zona euganea. Ne ho sempre mangiati fin da piccolo e sentito parlare come dei biscotti tradizionali, ecco perchè ho pensato di proporvi una ricetta in questo spazio che vuole essere ben radicato nel territorio. La ricetta, come per le volte precedenti l’ho presa dall’ottimo sito Ricette tipiche che propone ricette regionali da tutta Italia.

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Ingredienti:
250 g. farina di mais.
250 g. farina di mais fioretto.
250 g. farina bianca.
200 g. zucchero.
2 uova.
150 g. uva sultanina.
1 bustina di lievito per dolci.
1 bustina vanillina.
1 fialetta aroma al limone.
100 g. burro.
Un pizzico di sale.
Latte.
Zucchero a velo per decorare.

Ricetta:
Mettete l’uvetta a bagno in acqua tiepida.
Mescolate le farina e il lievito.
Sciogliete il burro a bagnomaria.
Impastate la farina con le uova, lo zucchero, il burro e sufficiente latte per ottenere un impasto morbido ma consistente.
Aggiungete all’impasto l’uvetta strizzata, la vanillina, la fialetta al limone e un pizzico di sale.
Lavorate per bene l’impasto fino a renderlo omogeneo.
Formate delle palle ovoidali di circa due cucchiai d’impasto.
Ungete una teglia da forno e disponetevi le palline schiacciate lasciando sufficiente spazio tra di loro per la lievitatura.
Infornate in forno già caldo a 250° per un quarto d’ora o fino a doratura.
Lasciate raffreddare e spolverate con zucchero a velo.

Buono spuntino a tutti! 😉


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Ciao a tutti! Ho pensato di iniziare la settimana arricchendo di un post la rubrica El cantòn del cogo, l’angolo dedicato alle ricette tipiche che ho inaugurato la scorsa settimana e che mi pare si stato gradito.

Se nella prima puntata de “El cantòn del gogo” ho parlato della pinza di pane (vedi quì) quest’oggi voglio presentarvi una ricetta direi abbastanza tipica e cioè il sugo di gallina padovana. Della gallina padovana ho già parlato mesi fa tirando in ballo Paris Hilton e la sua passione per la gallina con il ciuffo, la gallina padovana appunto (clicca quì per rileggere quel post che racconta delle origini della gallina padovana e varie curiosità).

Quest’oggi presento dunque un derivato della famosa gallina padovana, direi l’icona gastronomica di Padova. La ricetta l’ho presa dall’ottimo sito Ricette tipiche.

 

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Ingredienti:
1 gallina padovana
300 g. polpa di pomodoro.
½ bicchiere vino bianco secco.
1 gambo di sedano.
2 carote.
1 cipolla dorata.
1 scalogno.
1 ciuffo di prezzemolo.
1 dl olio.
Sale e pepe q.b

Ricetta:
Pulite, fiammeggiate e lavate la gallina.
Tagliate a pezzi la gallina avendo cura di non spezzare le ossa.
Tritate finemente la cipolla.
Scaldate l’olio in tegame, possibilmente di terracotta, e rosolatevi il pollo con la cipolla.
Bagnate con il vino bianco, coprite con un coperchio e lasciate cuocere a fiamma bassa per un quarto d’ora.
Nel frattempo tritate grossolanamente le carote, il sedano, il prezzemolo e lo scalogno.
Togliete dal tegame la gallina e una volta raffreddato a sufficienza eliminate tutte le ossa e cartilagini.
Appena avete tolto la gallina dal tegame versatevi il trito di verdure preparato e lasciatelo cuocere a fiamma bassissima.
Passate la carne e la pelle della gallina in un trita carne o tritateli molto finemente a mano.
Unite il macinato di gallina al soffritto di verdure, salate, pepate e aggiungete la polpa di pomodoro.
Coprite con un coperchio il tegame del sugo e continuate la cottura a fiamma bassa per almeno un’ora, mescolando spesso.

Con questo sugo sarà possibile condire un bel piatto di gnocchi di patate piuttosto che di bigoli e adatto a pasticci e lasagne.

Buon appetito! Slurp! 😉